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Prossimamente: Iris Nesher. MATERIA

19 febbraio 2020

Iris Nesher, Ari asleep at Tate Modern, 2016. Digital photograph from the video art, Out of Time Iris Nesher, My daughter will never really know me, 2019. Archival pigment print

a cura di Raffaella Frascarelli

in programma
Nomas Foundation, viale Somalia 33, Roma

Materia di Iris Nesher scava nell'universo del materno e della sua relazione con un femminile creativo e metamorfico che dialoga con il proprio tempo.

Dalla comune radice linguistica protoindoeuropea* méh₂tēr, materno e materia evocano la società globale, la sua aspirazione a offrire eguaglianza e benessere all'interno della contraddizione materialista, e ricordano il ruolo delle donne nel cambiamento sociopolitico in corso. Ispirata dall’iconografia del materno consolidatasi nell’arte classica, l’artista rilegge il canone tradizionale attraverso l’intreccio tra la propria storia personale e quella di altre donne. Fotografie, video, ceramica indagano l’aspetto politico di un’esperienza biologica i cui confini sono inafferrabili.

La contaminazione tra medium apre continui rimandi all’osmosi tra spazio personale e collettivo: la reciprocità con il mondo è profonda, in ascolto, dialogica, aperta all’alterità. È questo il caso delle ceramiche alle quali l’artista lavora da anni: iniziata come un’esperienza intima e solitaria, negli ultimi anni si è trasformata in una pratica comunitaria. La collaborazione con un gruppo di donne che mescolano argilla e socialità ha reso lo studio dell’artista il luogo dal quale immaginare un nuovo significato dell’idea di plasmare, impastare, formare. Così la serie di ceramiche Domestica non parla soltanto di una relazione con gli archetipi relativi all’oikos, ma lascia emergere lo spazio sociale nel quale fare insieme assume il significato di prendersi cura le une delle altre, usando l’argilla come materia mimetica per dare forma alla comunità.

Questa determinazione a coinvolgere altre donne – soprattutto artiste, poetesse, attrici, scrittrici, musiciste, coreografe, specialiste dell’arte – nel proprio percorso artistico, prosegue anche fuori dallo studio-oikos. L’interesse nei confronti delle ricerche di queste donne è alla base di numerose occasioni di confronto, ricercate per investigare la dimensione intima delle loro incorporazioni sociali.

Nelle fotografie di Materia, questo dialogo prosegue nei numerosi incontri che precedono il giorno dello scatto, arrivando alla costruzione condivisa di una narrazione fotografica in grado di restituire spazi, sguardi, ricordi. Con una sensibilità esplicitamente cinematografia nella costruzione del set fotografico, la sfera privata femminile assume una connotazione pubblica e socioculturale: immagini che pongono domande sulle tecnologie del sé che le donne mettono in campo rispetto al proprio destino biologico, alle storie che intrecciano con il mondo, esplorando autocomprensione ed eterocomprensione, alla necessità di mantenere la giusta distanza dal ruolo mentre ascoltare creativamente gli impulsi dell’agency. Ritratti di donne affiancate dalle loro parole, che invitano a riflettere sui processi di negoziazione che ruotano intorno al materno in quanto artefatto psicanalitico, retaggio dell’egemonia patriarcale, attitudine di resistenza alla partizione natura-cultura, strumento biologico. Immagini-prospettiva che mostrano l’incorporazione del femminile come metafora della resistenza implicita nelle scelte che il soggetto affronta sospeso tra l’ascolto di un sé mobile e creativo e il desiderio d’interazione sociale.

Nel video Healing che ritrae la poetessa Hedva Harechavi, l’assenza genera il bisogno di coltivare, curare, far crescere la memoria che ruota attorno a chi non c’è più. Riprodurre la condivisione di un legame diventa un’esperienza vitale che cancella la distanza che ci separa dalle persone che amiamo e perdiamo.

Dopo la scomparsa di suo figlio Ari, ancora adolescente, Iris Nesher crea il video Out of Time: sullo sfondo dell’opera di Barbara Kruger che ammonisce “Who owns what?”, l’artista fotografa Ari mentre sonnecchia sotto gli effetti della museum fatigue alla Tate Modern di Londra. Oltre a questa, altre immagini restituiscono la cartografia di un rito familiare che ha inizio quando Ari ha cinque anni, prima allo Israel Museum di Gerusalemme, poi allo Hermitage di San Pietroburgo, al Guggenheim di Venezia, al Macba di Barcellona, nella chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma, alla Triennale di Milano, nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Bergamo. È però proprio l’immagine di Ari alla Tate Modern a far da eco al ritratto fotografico dell’artista scattato da suo marito Avi dopo la perdita di Ari: sullo sfondo i versi dell’Amleto di Shaekspeare “The time is out joint” impressi sulla scalinata monumentale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

La connotazione di sacro acquisita dal museo solleva un interrogativo: quale legein esprime questo spazio pubblico ai nostri giorni? Dalla mostra personale Out of Time/Portrait of Time I dello Herzilya Museum a cura di Aya Lurie, il video Out of Time entra in contatto con le donne di Materia, invitando a interrogarsi sul ruolo dell’arte, del museo e dello spazio pubblico. Nei codici culturali globali dei quali le istituzioni pubbliche e private d’arte contemporanea si fanno portatrici, la sensibilità verso la dimensione sociale dell’esistenza assume una valenza universale: la capacità di una conversazione interiore da parte di tali istituzioni contribuisce a un processo di monitoraggio del progetto collettivo, facendosi carico di conservare frammenti di esistenza e allenando alla socialità, alla solidarietà, all’umanità, alla sensibilità, all’ascolto. Si viene così a determinare un processo sociale generativo.

“L’idea della generatività permette di fare un passo in avanti in un percorso avviato ma non ancora concluso. Senza essere meramente passiva, ma anche senza essere pienamente attiva, la generatività riconosce e valorizza la volontà creatrice del soggetto, a cui chiede però la disponibilità a essere attraversato e ad accompagnare un processo che non solo non è mai pienamente sotto il proprio controllo, ma che gli è anche antecedente e successivo. Chi genera sa di non essere padrone della realtà, di non poter fare tutto quello che vuole, ma di essere parte di qualcosa di più grande, di una storia che lo precede e di condizioni che pongono dei limiti…”, scrive Mauro Magatti.

L’esperienza/scelta/opportunità del materno di generare diviene la metafora di una società, istituzione, comunità, individuo che accolgono e custodiscono ciò che ha valore soggettivamente e collettivamente, traducendosi nell'aspirazione dell'arte a conservare nel tempo il significato del vivere. Oltre, come possibile rimedio simbolico e reale al materialismo, la materia generativa dell’artista segna le tracce della sola esperienza in grado di superare la vita stessa: l’amore.

Iris Nesher è nata a Milano e cresciuta a Tel Aviv, dove tuttora vive e lavora. La sua formazione nel campo delle arti visive si è svolta negli Stati Uniti, dove ha frequentato dapprima la School of Visual Art di New York e poi il California Art Institute di Los Angeles.
Mostre personali (selezione): Herzliya Museum of Contemporary Art, Herzliya (Israele), 2019; Christys Art Center, New York, 2018; The Museum for Intercultural Dialogue, Kielce (Polonia); Museum of Art, Guadalajara (Messico), 2014; The Museum of Israeli Art, Ramat Gan (Israele), 2012 e 2010; National Museum of Contemporary Art, Mosca, 2009; State Museum of Art of Novosibirsk, Novosibirsk (Russia), 2009.
Mostre collettive (selezione): MAXXI – Museo delle Arti del XXI secolo, Roma, 2019; Vallois Galerie, Parigi, 2007, 2006 e 2005; ArtsForum Gallery, New York, 2001.

Con il sostegno di: Ufficio culturale Ambasciata di Israele, Roma e Herzliya Museum of Contemporary Art


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